Volta

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

L’interno della chiesa di Sant’Agata, Sorisene e Ghitti, danno vita ad una delle migliori decorazioni barocche di Brescia.

Nel 1673 il prevosto Aurelio Polini incarica Pietro Antonio Sorisene e Pompeo Ghitti di affrescare la navata.
Sorisene, della cui formazione non si sa praticamente nulla, è un pregevole pittore di quadrature della seconda metà del Seicento, cioè dipinge architetture in prospettiva, scenografiche e fortemente illusionistiche. Il termine quadratura o quadraturismo potrebbe derivare dal Vasari che chiamò lavoro di quadro tutto ciò per cui si adopera la squadra e le seste e dal Seicento in poi si usò per indicare le rappresentazioni di spazi architettonici. In questo secolo il quadraturismo diventa un genere autonomo, che ha come scopo il dipingere finte strutture architettoniche, le quali creano l’illusione dello sfondamento dei soffitti, e la presenza di articolate architetture lungo le pareti, moltiplicando lo spazio.
Per questo nuovo genere servivano artisti specializzati, chiamati pittori di quadratura o quadratini, tra cui il Sorisene, continuatore dello stile di Tommaso Sandrini (1575- 1630), riconosciuto dal Lanzi (1809) capostipite della scuola prospettica bresciana. Nella prima metà del Seicento Sandrini elabora composizioni estremamente “barocche”, ma superata la metà del secolo i quadraturisti diventano più razionali, senza rinunciare all’esuberanza e la teatralità dello stile barocco.

Sorrisene lavora con Pompeo Ghitti (1631- 1704 circa), la cui biografia è più conosciuta: è un pittore di figura, cioè a lui spettano i personaggi che popolano le architetture del Sorisene. Ghitti si forma presso Ottavio Amigoni, a sua volta alunno di Antonio Gandino. Dopo aver coltivato le proprie radici bresciane e dopo esser cresciuto nel clima manierista della città, si trasferisce a Milano, dove completa la sua formazione. Ovviamente si confronta anche con i pittori veneziani, mantenendo però una gamma cromatica meno squillante e meno calda, in linea con i colori piuttosto scuri, che andavano di moda nella Brescia seicentesca. Dopo questa straordinaria impresa di Sorisene si perdono le tracce, quindi la volta di Sant’Agata viene considerata la sua ultima opera nota.

La divisione dei ruoli tra quadraturista e pittore di figure è indicativa dell’altissima specializzazione dei cantieri di questo periodo.
Lo schema che propongono i due pittori si ritrova in tutte le quadrature bresciane: in coincidenza del centro prospettico si apre il finto cielo che accoglie la scena con i personaggi, la quale mostra un trionfo pagano o sacro, a seconda che ci si trovi in un palazzo nobiliare o in una chiesa.
In Sant’Agata Ghitti realizza le tre spettacolari Ascensioni, che si incastonano nelle architetture di Sorisene, ampliando il senso di sfondamento del soffitto della volta, il quale si proietta verso l’alto cielo azzurro, seguendo lo slancio di archi, colonne, balaustre, tribune, balconate, mensole, cornici, pennacchi e dentelli.

Ghitti ci mostra nel cielo dipinto l’Assunzione di Maria nella prima campata partendo dall’ingresso: Maria è scortata in cielo da un festoso corteo d’angeli e putti, un tema caro alla cultura figurativa bresciana, nato nel XIII secolo in scultura per poi diffondersi in pittura.
Nella seconda campata ammiriamo l’Assunzione di Gesù, che è nel centro, in piedi, ormai prossimo a salire in Paradiso. Sulle nuvole accanto e sotto di lui una teoria di Santi lo osserva e gli rende lode.
Infine, nella terza campata troviamo la Gloria di Sant’Agata. La scena è mossa e affollata, Agata viene sollevata verso la Trinità, rappresentata da Gesù, da Dio Padre e dalla colomba dello Spirito Santo, e tutt’intorno gruppi di angeli musicanti e angioletti con la corona del martirio in mano le fanno festa.
La tecnica usata dai due artisti è tipicamente utilizzata per decorare grandi superfici murarie: si tratta dell’affresco.
L’affresco è una tecnica antica di pittura su muro, sfrutta il fatto che stendendo il colore su uno strato d’intonaco umido, attraverso un processo chimico detto carbonatazione, il colore viene inglobato nell’intonato che va seccandosi e diventa così parte integrante del muro. È importante che le superfici siano ben preparate, isolando i muri dall’umidità, che sbriciolerebbe l’intonaco e con esso il dipinto.
La pittura illusionistica prosegue con successo anche nel Settecento: le architetture diventano più ardite e i cieli infinitamente più profondi, le figure si fanno più piccole, i colori più tenui, l’atmosfera più ariosa. Tutto questo concorre a dare ancor di più l’impressione che lo spazio si dilati. Un esempio in tal senso si può ammirare anche nella chiesa di Sant’Afra.

© 2017 Museo Diocesano di Brescia - Designed and developed by VIVA! Srl - Crediti