Sacra Conversazione

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

“Nell’entrare in questa chiesa, s’appressenta all’occhio nostro candida, di venerabile aspetto e nova; è ben condotta fabbrica, che con la di lei candidezza mostra come si deve entrare con la mente elevata e purità di cuore.”
(Francesco Paglia, Il giardino della pittura)

La pala è un olio su tavola di 156 x 154,5 cm, opera del pittore Girolamo Romanino, fu attribuita prima a Callisto Piazza, poi a Francesco Prata, finchè nel 1925 Nicodemi riconobbe la mano del nostro pittore e da allora l’attribuzione del dipinto non è stata più messa in dubbio.
Si tratta di una Sacra Conversazione, come indica anche il titolo ed è datata al 1509.
Intorno al 1440 la riforma del polittico, che porterà all’affermazione della pala d’altare, ha una conseguenza: mette più direttamente in contatto la Madonna con la schiera di Santi che la circondano che non sono più divisi spazialmente in scomparti singoli, bensì riuniti entro una cornice, racchiusi in un unico luogo. Quell’unico spazio condiviso da Maria e dai Santi, che costituisce la Sacra Conversazione è articolato in altezza da troni e gradini e in profondità grazie dalla prospettiva. La cornice adesso ha il ruolo di definire quel determinato luogo così che vengono progressivamente abbandonati i fondi in foglia d’oro che astraevano spazialmente la composizione, ma l’insieme è reso più umano e familiare dalla presenza di architetture e dai paesaggi. Il centro liturgico dell’immagine rimane la Madonna.

Santa Marta mostra i suoi attributi tipici: l’aspersorio e la tarasca al guinzaglio. Lo strano animale deriva dalla leggenda secondo la quale Marta approdò in Provenza per evangelizzare la zona: nei boschi di Tarascona domò un mostro, detto poi Tarasca, cospargendolo di acqua santa e da qui l’aspersorio. Sant’Onofrio è rappresentato come anacoreta, cioè come un eremita, anziano e seminudo, poiché rinuncia ad ogni vanità e bene materiale. I Santi sono disposti simmetricamente intorno alla Madonna, una costruzione della scena che ricorda la Pala di Castelfranco di Giorgione, 1503 circa.

Dietro la Madonna una quinta rocciosa, usata come trono sul quale siede e che chiude la scena, ma ai lati si aprono due splendidi e profondi paesaggi, dove si intravedono molto lontani i profili di costruzioni umane.

Il dipinto è di forte intensità cromatica, molto veneziana. I santi solidi e ben costruiti, sono in posa, disposti in semicerchio, espediente spesso usato dai pittori per dare l’idea di profondità. Solo Marta fa vagare lo sguardo verso di noi, gli altri protagonisti guardano la Madonna, come Rocco e Antonio, o altrove, come Onofrio. L’intonazione della scena è piuttosto distaccata, il dialogo tra i Santi e la Madonna rimane tra loro, intimo e discreto; noi siamo spettatori, che non possono entrare all’interno del semicerchio.

Gli influssi individuabili in quest’opera di Romanino sono milanesi nella volumetria e veneziani nei colori e nelle pieghe degli abiti, secondo Alessandro Nova. Essa potrebbe provenire dalla prima chiesa di San Rocco, edificata nel 1488 ed abbattuta nel 1516. La presenza di San Rocco va a conferma di questa ipotesi. Così come Sant’Antonio da Padova veste l’abito degli osservanti e non quello dei conventuali, perché la chiesa era retta dai francescani osservanti.

 

 

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