Polittico di sant’Orsola

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Le tavole facevano parte di un polittico che doveva comprendere anche altri pannelli, almeno di altri due santi, in modo di armonizzare in perfetta corrispondenza simmetrica la positura dei due santi superstiti ed il relativo diverso colore dei gradoni su cui poggiano.

Il complesso viene ricordato in San Pietro in Oliveto dagli autori della letteratura artistica bresciana, a cominciare dalla fonte più antica, Ottavio Rossi nel 1620, con ascrizione a Vincenzo Foppa e senza descrizione particolareggiata delle parti che lo componevano, fino ad Alessandro Sala nel 1834 che per primo lo dice collocato ormai in sagrestia e composto nelle parti attuali.
Entrò a far parte del patrimonio del Seminario vescovile quando questo fu allocato nel complesso di San Pietro in Oliveto che al tempo delle soppressioni napoleoniche era stato assegnato alla Curia con decreto imperiale del 22 agosto 1805. Le tre tavole seguirono poi i vari spostamenti del seminario stesso.
La commissione dell’opera risale all’iniziativa dei canonici di San Giorgio in Alga, i quali avevano assunto il governo di San Pietro nel 1437, provenendo da Venezia.
L’esatta assegnazione alla mano di Antonio Vivarini fu fatta per la prima volta da Gian Battista Cavalcaselle; nei suoi appunti manoscritti, conservati ora nella Biblioteca Marciana di Venezia, già nel 1868 ca, e successivamente nel 1871 nella pubblicazione di J. A. Crowe.
Gaetano Panazza e Camillo Boselli nel 1946 avevano proposto una datazione molto verosimile fra il 1440 e il 1445, ed avevano ben evidenziato una certa discrepanza stilistica fra la raffigurazione di sant’Orsola e compagne e i due santi laterali, facendo riferimento a probabile collaborazione fra Antonio Vivarini, Bartolomeo Vivarini, il fratello, e Giovanni d’Alemagna, il cognato.
Nella sant’Orsola, infatti, “i raffinati ritmi decorativi delle figure allungate, le cadenze delle pieghe a cannelloni che si ingorgano sul pavimento marmoreo, quell’ondulato gioco di teste disossate, dalle carni avoriate con sfumature rosate e con gli aurati capelli, che si affollano, senza creare pesantezza attorno alla Santa, il gioco delle sottili mani, sono ancora motivi del gotico internazionale che trova il suo coronamento nell’andamento sinuoso dei due pennoncelli”, mentre le attonite e pensose figure femminili preannunciano già vagamente il Rinascimento.
Più vigore plastico, senza però ipotizzare un intervento di altre mani né distanze cronologiche, rivelano le due figure dei santi Pietro e Paolo, dove più solido è l’impianto delle figure severe, il modellato del viso è più largo “ottenuto con più forte gioco chiaroscurale e disegno più fermo”.
La tavola di Sant’Orsola e le compagne ispirò largamente il Moretto, ancora molti decenni dopo, nelle due tele con lo stesso soggetto, dipinte l’una per la chiesa di San Clemente, ove si trova tuttora, e l’altra per la distrutta chiesa della Maddalena ed ora nelle collezioni civiche del Castello Sforzesco di Milano.

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