Polittico Averoldi

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Questo capolavoro è opera di Tiziano, famosissimo maestro veneziano del Rinascimento. Il polittico Averoldi, così chiamato dal nome di chi lo commissionò al grande artista, giunse a Brescia nel 1522 ed influenzò tutta l’arte bresciana a lungo.

Nel 1520 Tiziano inizia la lavorazione del polittico Averoldi che raffigura il Cristo Risorto tra Santi con in alto una delicata Annunciazione a completamento dell’opera. Appare strana la scelta di usare l’arcaica partitura spaziale e iconografica di un polittico ma forse la destinazione provinciale o i gusti antiquati del committente, il cardinale Altobello Averoldi, giustificano questo salto indietro.
Tiziano utilizza un sofisticato gioco di spazi, forme, corpi, sguardi e gesti che si contrappongono, si richiamano e insieme superano la divisone spaziale in scomparti separati.
Nello scomparto di destra, il bel San Sebastiano ha tutto il corpo in torsione, spicca la forte muscolatura come di un giovane atleta in abbandono; la spalla, il torso e il braccio alzato richiamano lo Schiavo morente, la postura delle gambe lo Schiavo ribelle, statue scolpite entrambe da Michelangelo. Un’unica freccia trafigge il costato di Sebastiano ed è il suo tipico attributo, legato alla storia del suo martirio. Il volto malinconico e gli occhi abbassati sono un brano di poetica umanità. Il cielo che si staglia oltre il roseo corpo del Santo ed il paesaggio soffuso esaltano la solida figura in primo piano, solida come la liscia colonna sulla quale poggia il piede destro e su cui Tiziano lascia la sua firma unita alla data di consegna del polittico, il 1522. A sinistra in secondo piano si scorge una figuretta d’angelo intenta a soccorrere un uomo. L’uomo è San Rocco, che spesso ricorre nelle immagini sacre unito a San Sebastiano, i protettori contro la peste.
Contrapposto in diagonale al San Sebastiano vi è l’angelo annunciante, dotato di una bellezza realmente angelica. È totalmente candido eccezion fatta per il nastro color rubito drappeggiato a cintura. Gabriele svolge un cartiglio che riporta le parole con le quali saluta la Vergine annunciata: ave gratia plena.
Maria è di fronte a lui, invasa di luce e con gli occhi timidamente abbassati, il gesto della mano aperta poggiata sul petto indica umiltà.
Lo scomparto centrale riassume tutto lo splendore del polittico. Il Cristo risorto, la cui postura ricorda il Laocoonte, ritrovato nel 1506, si staglia su un cielo colto nei colori di un tramonto nuvoloso. La mano destra di Gesù regge un vessillo crociato, i cui colori riportano all’arcangelo Gabriele, la sua mano sinistra tocca quasi il bordo della cornice e spinge il nostro sguardo verso Maria. Un piede poggia su un sottile strato di nuvole, l’altra gamba piegata all’indietro crea attorno a sè uno spazio profondo. Il vessillo e l’elaborato perizoma di Gesù svolazzano nel cielo che imbrunisce ed esalta il loro bianco. Il paesaggio cupo e drammatico in secondo piano è tra i più belli di Tiziano.
L’ultimo pannello contiene quasi a fatica i due Santi Patroni della chiesa ed il committente. Il cielo alle loro spalle li ricollega alla scena dello scoparto centrale, annullando la separazione fisica.
Anche la luce unifica: è serale, oscura stoffe e carni, ma guizza improvvisa sul metallo delle armature per poi tornare ad addensarsi su tutto.
Il significato teologico del polittico è espresso chiaramente: l’Averoldi volle esaltare il concepimento virginale di Maria, la divinità di Cristo, il contenuto salvifico della passione e risurrezione ed infine una concezione trionfante della fede, espressa nella figura del Cristo al centro. La scelta del polittico a questo punto era funzionale per la trasmissione del messaggio così che ogni scoparto enunciasse un concetto.
La cornice che racchiude oggi il polittico non è quella originale: in passato esso era protetto da due grandi ante, ma nulla si conosce dell’ancona lignea dorata nella quale era incastonato il polittico. Essa fu sostituita con quella attuale tra il 1824 ed il 1826.

Una curiosità: nel settembre del 1519 Alfonso I d’Este tramite il suo ambasciatore a Venezia sollecita Tiziano perché porti a termine un lavoro che gli era stato commissionato da tempo. L’ambasciatore riferisce che il ritardo è causato da Altobello Averoldi, che ha richiesto un’opera pittorica all’artista e l’esecuzione di tale opera prevarica gli altri lavori già iniziati. Tiziano in quel momento ha molte commissioni ed è incapace di dire no a committenti d’alto rango.
Nel novembre del 1520 l’ambasciatore vede nello studio del pittore la tavola con il San Sebastiano ormai ultimato e scrive subito al suo signore, spronandolo all’acquisto dell’opera. L’ambasciatore pianifica quindi un vero e proprio furto del San Sebastiano e Tiziano pur con qualche perplessità acconsente alla messa in scena. Il tutto viene pianificato nel corso del dicembre 1520. Tuttavia, è proprio il duca Alfonso ad un certo punto a tirarsi indietro, forse intimorito dall’autorità dell’Averoldi, che è nunzio apostolico presso la Serenissima.
Negli schizzi preparatori conservati a Francoforte e Berlino si vede il San Sebastiano legato ad una colonna e non ad un albero come è nel polittico in San Nazaro. Lo stesso ambasciatore, descrivendo l’opera, riferisce di una colonna. Forse la prima versione del San Sebastiano lasciò davvero la bottega di Tiziano, ma alla volta della corte di Mantova, dopo il rifiuto del duca di Ferrara. Se ciò avvenne, l’Averoldi non lo seppe mai.
Comunemente si ritiene che un tale evento non sia mai accaduto, che l’ambasciatore per uno scherzo della memoria riportò la descrizione della colonna al posto dell’albero e che la realizzazione del polittico abbia seguito un percorso senza intoppi.

© 2017 Museo Diocesano di Brescia - Designed and developed by VIVA! Srl - Crediti