Martirio di Sant’Alessandro

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

La fine del XVIII secolo vede un grande cantiere allestito all’interno della chiesa di Sant’Alessandro, danneggiata dallo scoppio di una polveriera. Si susseguono modifiche e cambiamenti e tutto viene rimesso a nuovo su progetto di Giovanni Donegani.

La tela ad olio di Pietro Moro viene consegnata nel 1791. Allo stesso anno risalgono i pagamenti per l’esecuzione della soasa in scaiola e dei due angioletti. La scaiola o scagliola è una tecnica, che impiegando il gesso, imita marmi ed intarsi, risulta bella da vedere e più economica da realizzare.

L’attuale altare che vediamo è comunque più recente: fu consacrato nel 1911 e realizzato da Gaetano Monti, usando marmi pregiatissimi, su disegno dell’architetto Luigi Arcioni.
Sotto l’altare è collocata l’urna con le reliquie di San Gaudioso, vescovo di Brescia del V secolo e fondatore della chiesa. In origine la sepoltura del Santo si trovava nel primo altare a destra, ma le modifiche pensate da Donegani imposero il suo spostamento.

I cronisti delle bellezze di Brescia non si sono mai soffermati molto sulla pala di Pietro Moro che decora questo altare. Lo stesso artista è piuttosto misterioso, non si conosce l’esatta data di nascita, che potrebbe essere intorno al 1760, e nemmeno quella di morte, da collocare forse nel terzo decennio dell’Ottocento. Si sa invece che fu allievo dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e che era abilissimo nel disegno, tanto che superò Antonio Canova in un concorso di copia nella classe di scultura. Fu poi anche professore e tesoriere della prestigiosa istituzione veneziana e nel 1790 dipinse l’Epifania per la chiesa di Sant’Eufemia, oggi denominata Sant’Afra.
Quando si rese necessaria una nuova pala d’altare per Sant’Alessandro, quindi, il Moro era già conosciuto in città e sicuramente apprezzato, poiché era inserito nella grande tradizione della pittura settecentesca veneziana. Colori ariosi e trasparenti, composizioni ondulate, figure eleganti, un’atmosfera galante e sospesa caratterizzavano la moda del momento. Piaceva una pittura luminosa e brillante, ma che avesse ancora qualcosa della teatralità barocca.
Nel martirio di Sant’Alessandro, Moro inscena il momento prima dell’esecuzione: il Santo è al centro in piedi con lo sguardo rivolto verso l’altro, tipico delle rappresentazioni di martirio. Attorno a lui, disposto in un semicerchio digradante una serie di arcigi aguzzini lo tengono legato con delle corde e attendono il momento nel quale verrà eseguita la condanna. Infine il boia, che brandisce un’ascia, al culmine della composizione di brutti individui. A destra, seduto su uno scranno, il prefetto, rappresentante dell’imperatore, con un gesto imperioso dà l’ordine al boia di agire. Seguendo il braccio destro del prefetto i nostri occhi raggiungono il boia, che sta guardando Alessandro. Si forma quindi una sorta di triangolo tra queste tre figure chiave della composizione. Sullo sfondo della scena una bella architettura classicheggiante crea l’ambientazione storica, a sinistra si vede un idolo distrutto, abbattuto dalla fede di Alessandro; unico conforto per il martire sono i due angeli che dall’alto calano per portargli la corona del martirio.

Tradizionalmente, Sant’Alessandro viene considerato il patrono di Bergamo, perché lì fu decapitato nel 303. Secondo la leggenda era un soldato romano, che portava il vessillo della Legione Tebea, capitanata da San Maurizio. L’imperatore Massimiano ordinò a questi legionari di uccidere gli abitanti convertitesi al Cristianesimo nel Vallese, zona che i soldati avrebbero raggiunto marciando verso il versante settentrionale delle Alpi, dove li attendeva l’esercito nemico dei Marcomanni. La Legione di Alessandro si oppose a quest’ordine e per questo fu decimata. Essa era composta da 6600 uomini di cui si salvarono Alessandro e Maurizio, destinati poi ad un diverso martirio.
Il Santo rappresentato dal Moro però non sarebbe il Sant’Alessandro di Bergamo, ma un omonimo bresciano, vissuto al tempo di Nerone. Per questo il martire viene rappresentato con mani e piedi forati, cosa che non si riscontra nella Passio di Alessandro della Legione Tebea, non è nemmeno raffigurato in armatura e non ci sono riferimenti alla legione romana alla quale apparteneva. L’unica cosa che li accomunerebbe è la decapitazione che entrambi subirono.
Non ci sono comunque notizie chiare su un Sant’Alessandro di origini bresciane, né che i padri Serviti abbiano richiesto al Moro la rappresentazione della storia di un Alessandro diverso da colui il quale era stato venerato fino a quel momento.
La tela del Moro fu commissionata per sostituire la precedente pala d’altare di mano del Romanino. Essa venne alienata, cioè rimossa e poi venduta, per pagare i nuovi restauri della chiesa oppure perché non più corrispondente al gusto dell’epoca.

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