Martirio di Sant’Agata

DESCRIZIONE

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Ora ascendiamo questi scalini per entrare in chiesa e per prima cosa osserveremo la su in elevati gradini di marmo l’altare maggiore, dove sta antica tavola, in cui è dipinta la vergine Sant’Agata, posta sopra un tronco di croce, tutta spirito e grazia, che alzando gli occhi al cielo sembra esser rapita in Paradiso. Stanno ai suoi piedi i Santi Pietro e Paolo e le Sante Lucia ed Agnese figure colorite con sentimenti vivaci (…) e all’intorno il coro del Marone.
(Francesco Paglia, Il Giardino della pittura)

La pala dell’altar maggiore, incorniciata da una soasa con fregi dorati, è opera di Francesco Prata da Caravaggio. Essa raffigura Sant’Agata in croce tra i Santi Pietro e Lucia a sinistra ed Agnese e Paolo a destra. La datazione classica la colloca intorno all’anno 1522, ma per alcuni studiosi va retrodatata al 1519.
Francesco Prata da Caravaggio è noto nella nostra città dal 1510. In seguito al violento Sacco di Brescia del 1512, andò a Cremona e dopo a Padova. Tra il 1520 ed il 1527 viaggiò spesso tra la sua natia Caravaggio, che faceva parte del ducato di Milano, e Brescia. Non fu certo l’unico artista che dalle terre milanese si trasferì a Brescia, anche il pittore trevigliese Zenale ed il compaesano Stefano Lamberti, abile architetto ed intagliatore, giunsero ed operarono con successo a Brescia. Dopo il 1527 non si hanno più notizie di Francesco, nemmeno la data di morte.
Sebbene oggi sia poco conosciuto e non abbia avuto una gran fortuna critica, ai suoi tempi doveva essere un pittore in vista ed apprezzato. Nel 1517 risulta membro del collegio dei pittori presso la Scuola di San Luca di Brescia, istituzione senza dubbio prestigiosa. Tuttavia, oggi sono note solo cinque sue opere, due delle quali nella nostra città. Una è la pala che stiamo ammirando, raffigurante il Martirio di Sant’Agata, l’altra è lo Sposalizio della Vergine nella chiesa di San Francesco.
Francesco Prata imitò moltissimo il Romanino, anzi, pare avesse libero accesso alla sua bottega e ai suoi disegni preparatori. Lo si nota con molta evidenza confrontando, per esempio, la Salomè della collezione Cavallini Sgarbi con la romaniana Salomè conservata alla Althepinacoteke di Monaco.
Gli studiosi, che di recente si stanno molto interrogando sulla figura di questo pittore, ritengono che Francesco non sia moto abile nel costruire scene articolate ed affollate, ma tende piuttosto a concentrarsi sulle singole figure, motivo per cui i cinque Santi della pala di Sant’Agata appaiono un po’ legnosi. Ha poi la tendenza a disegnare le braccia leggermente troppo corte rispetto all’anatomia generale, a panneggiare gli abiti in maniera innaturale e a dar ai visi espressioni troppo dolci o troppo arcigne.

Al di là di questi giudizi alquanto severi, nella nostra pala il paesaggio dipinto alle spalle dei Santi è delizioso. Le vivaci figurette dei soldati e le architetture sulla sinistra danno un respiro più movimentato ed ampio alla scena.
I cinque Santi in primo piano sono disposti a semicerchio, pratica abbastanza diffusa tra i pittori del tempo: lo si può notare anche nella Sacra Conversazione di Romanino, custodita sull’omonimo altare in San Giovanni Evangelista, realizzata una decina di anni prima. Proprio come nella scena costruita dal Romanino, Francesco fa sì che i suoi Santi guardino altrove, tranne quello di sinistra, che ha lo sguardo rivolto verso di noi. In questo caso si tratta di San Pietro, riconoscibile per gli oggetti che tiene in mano: il libro e le chiavi del Paradiso, perché nei Vangeli c’è scritto che a lui Gesù consegnò le chiavi del Regno dei Cieli. Sono chiavi simboliche, spirituali, che danno a Pietro l’autorità di iniziare la predicazione del Cristianesimo. e sono due, perché, secondo un’interpretazione, una apre la strada che porta a Dio, l’altra è la chiave della via che Dio usa per venirci incontro. Un’altra caratteristica tipica di San Pietro è costituita dal colore dei suoi abiti: blu-verde la tunica, giallo il mantello.
Accanto a Pietro sta Lucia, la quale tiene con la mano sinistra un piattino con posati i suoi occhi: si racconta infatti che venne accecata come punizione per la sua fede cristiana, e con la mano destra indica delle lunghe tenaglie.
Al centro vi è Agata, crocifissa, ma rappresentata senza dolore. La raffigurazione di Agata in croce è piuttosto strana, poiché non venne martirizzata in questo modo. Nella sua passione si narra che le furono asportati i seni con enormi tenaglie, quelle che sta indicando Lucia, ed è il motivo per cui il pittore la rappresenta denudata sul seno. Si dice che Agata avesse quindici anni, che vivesse a Catania e che miracolosamente guarì da questo supplizio. Fu allora ordinato di bruciarla, ma un terremoto costrinse tutti a sospendere l’esecuzione. Agata fu portata morente in cella e dopo poco si spense. La sua insolita raffigurazione crocifissa deve quindi essere considerata simbolica.
A destra vediamo Agnese, trafitta da un colpo alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli e per questo viene sempre rappresentata con un agnellino.
Infine, ecco Paolo, serio come Pietro, stempiato, con la barba lunga ed i suoi abiti classici: tunica verde e mantello rosso. Regge con la mano sinistra il libro e con la destra la spala, simbolo del suo martirio. Essendo Paolo cittadino romano, subì la pena di morte secondo la legge romana: fu decapitato.
La rappresentazione dei martiri e dei Santi doveva generare devozione e spingere le persone ad imitare il loro esempio: compiere il bene in nome di Cristo, nonostante le persecuzioni e le sofferenze. Ricordiamo poi che ogni Santo divenne patrono contro qualche malanno o disgrazia, garantendo al fedele devoto una sorta di assicurazione sulla vita.
Sant’Agata in particolare era invocata come protettrice contro gli incendi.

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