Martirio di Sant’Afra

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

La chiesa di Sant’Afra era in precedenza dedicata a Sant’Eufemia e questo spiega perchè vi sia solo il primo altare a sinistra a raccontare la storia di Afra, antica martire bresciana.

Il suo culto era prima officiato presso la chiesa attualmente dedicata a Sant’Angela Merici, sorta  su uno dei primi cimiteri cristiani della città, detto Cimitero di San Latino, proprio accanto ad una chiesetta chiamata San Faustino ad Sanguinem, poichè il cimitero si trovava sul luogo del martirio dei Santi Patroni Faustino e Giovita. Questa stratificazione di siti ubicati nello stesso luogo, uno sopra l’altro, è diffusa a Brescia e non solo riguardo a edifici cristiani.
Durante la seconda guerra mondiale, il 2 marzo 1945, un bombardamento distrusse la zona dove sorgeva la chiesa di Sant’Afra, la chiesa stessa venne abbattuta, mentre molti civili avevano cercato protezione tra le sue mura. La parrocchia di Sant’Afra fu a questo punto trasferita nella vicina chiesa di Sant’Eufemia, che per anni venne denominata Sant’Afra in Sant’Eufemia.
La chiesa bombardata fu ricostruita e dedicata a Sant’Angela Merici, ma nelle vecchie guide di Brescia è chiamata ovviamente Sant’Afra.
Afra ed Angela Merici sono considerate copatrone della città, accanto ai più famosi fratelli Faustino e Giovita. Afra, ricca matrona romana vissuta nel II secolo, si racconta fosse presente quando i due fratelli furono condotti nell’anfiteatro di Brescia per essere sbranati dalle belve feroci. Tracciando un segno di croce, avrebbe fermato i cinque tori pronti ad uccidere i fratelli e di fronte a questo prodigio migliaia di spettatori presenti si convertirono al Cristianesimo. Afra venne poi denunciata e condannata a morte insieme alla sua serva Samaritana.

La tela a olio custodita sull’altare mostra la Santa trascinata sul patibolo e trattenuta da uno sgherro, sullo sfondo la città di Brescia. Indossa abiti sontuosi e guarda verso il cielo, invocando la protezione divina per assisterla nell’ultima prova. Intorno a lei una folta folla si è accalcata per assistere al macabro spettacolo: sotto il patibolo giacciono i corpi già decapitati di Faustino e Giovita. Il punto di fuga prospettico è a destra, creando una dinamica composizione obliqua, molto usata a Venezia.
L’autore di questa bellissima opera è Paolo Caliari, detto il Veronese, validissimo pittore del XVI secolo, di origine appunto veronese. Nella sua formazione confluiscono il classicismo del Mantegna, il manierismo di Giulio Romano e le prime invenzioni barocche del Correggio. È abile nel disegno e fantasioso nel comporre le scene, usa colori squillanti e talvolta discordanti, accostando spesso i colori complementari, cioè quelli che nel cerchio cromatico sono uno all’opposto dell’altro.
Molto spesso il Veronese nel dipingere soggetti sacri come questo, accalca personaggi non attinenti al racconto, inseriti per riempire gli spazi tanto da far assumere un carattere vagamente profano alla scena. Nella sua arte, ogni opera è uno spunto per rappresentare la realtà contemporanea nei suoi tanti aspetti e per dimostrare la sua capacità espressiva e tecnica. A causa di questa tendenza a rendere profano il soggetto sacro verrà inquisito in diverse occasioni.
È probabilmente un’opera della sua maturità, dipinta forse con la collaborazione del figlio Carletto o della bottega ma di committente ignoto. La tela era in origine custodita nella prima chiesa di Sant’Afra, su uno dei primi altari accanto all’ingresso.

Giulio Antonio Averoldo, cronista di Brescia, nel 1700 ci lascia una testimonianza dell’entusiasmo e dell’ottima reputazione che quest’opera del Veronese suscitò immediatamente.
Sarei degno di biasimo, quando intendessi descrivervi l’esquisitezza del presente lavoro, il solo riverito nome di Paolo sugella ogni lode.
(Averoldo, Le scelte pitture di Brescia additate al Forestiere, 1700)

Inoltre, l’Averoldo ci lascia un interessantissimo aneddoto: ci invita a porre l’attenzione sulla testa decapitata ai piedi del palco che rappresenta un autoritratto del Veronese. Si racconta che il pittore vi avrebbe effigiato il proprio volto, perchè l’opera non solo era considerata dagli intenditori tra le sue più preziose e meglio riuscite, ma allo stesso Veronese piaceva moltissimo.
Gli agostiniani che reggevano la chiesa al tempo della realizzazione della tela di Caliari erano piuttosto inclini ad apprezzare gli artisti veneti, così che insieme al Veronese fu chiamato anche il Tintoretto per dipingere la pala d’altare.
Il gruppo centrale del Martirio di Sant’Afra assomiglia molto a quello del Martirio di Santa Giustina, sempre del Veronese, dipinto nel 1575. In particolare, il ragazzo di colore è praticamente nella stessa posizione e compare il vegliardo sulla destra in entrambi i casi.
Da qui deduciamo che molto probabilmente il pittore riutilizzasse i cartoni, cioè i disegni preparatori, passando da un lavoro all’altro e modificando di volta in volta alcuni dettagli.

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