Martirio di San Lorenzo

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Un presunto incendio avvenuto nel XVIII secolo distrusse il patrimonio pittorico conservato in San Lorenzo fino a quel momento.

Lattanzio Gambara (1530 circa – 1574) qui aveva dipinto molto: il presbiterio, la cupola e la pala d’altare. L’Averoldo (1700) riporta la notizia che, proprio mentre era al lavoro in San Lorenzo, Gambara cadde da un ponteggio e morì pochi giorni dopo.
Il canonino Camillo Averoldi, preposto della chiesa, gli aveva commissionato i primi lavori relativi al presbiterio, saldando il pagamento nel 1562.
Paglia e Averoldo, cronisti di Brescia tra XVII e XVIII secolo, descrivono bene i perduti affreschi del coro di mano del Gambara. Sull’arco trionfale, cioè sull’arco che divide l’area destinata ai fedeli da quella presidiata dal clero, era dipinto Cristo fra angeli musicanti, con due figure di profeti in alto e Giona e Caino che uccide Abele in basso. L’Averoldo loda il modo con cui l’artista seppe rendere Caino, ricorrendo ai suoi famosi scorci prespettici molto arditi.
Lunge le pareti del presbiterio erano raffigurati due episodi della vita di san Lorenzo: a sinistra il tiranno Valeriano, che gli chiede i tesori della chiesa e a destra il Santo che distribuisce quel tesoro ai poveri. Gambara è capace di raccontare queste scene piene di figure con idee geniali.
Paglia descrive cosa vi era attorno ai due grandi riquadri: ovati, angeli, fregi, festoni e altre storie narrate dalla ricca fantasia di questo pittore, che secondo il Paglia sarebbe piaciuto in tutto il mondo.
Gambara durante la sua vita dipinse moltissimo ed era amato ed apprezzato dai suoi contemporanei, tuttavia oggi conserviamo poco del suo lavoro a causa di incendi, incidenti, incuria e devastazioni: ironia della sorte.
Dietro l’altar maggiore avremmo visto altre due scene, tra le quali accanto a Papa Sisto II e San Lorenzo il pittore si autoritrasse. Questo preziosissimo autoritratto fu staccato e riportato su tela. Misura 40,5 x 56 cm ed è nella collezione della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. Nel proprio ritratto Lattanzio indossa gli abiti tipici di un gentiluomo della corte pontificia, nero, di velluto con ricami d’oro.

Sempre nel 1562 Camillo Averoldi ordina a Gambara di terminare la pala d’altare iniziata dal Romanino, ma mai finita a causa della morte di quest’ultimo. Essa raffigurava il Martirio di San Lorenzo. La bella pala cinquecentesca, che ornava la parete del presbiterio, era la prima cosa che i fedeli vedevano entrando in chiesa, per questo motivo è data tanta importanza alle pale d’altar maggiore: esse hanno un compito liturgico e didattico, il valore artistico è secondario secondo la visione del tempo. La pala era anche l’unica cosa che i fedeli vedevano bene durante la funzione religiosa, perché secondo le regole di allora il prete dava loro le spalle e celebrava messa sull’altare. Le cose cambieranno solo dopo il Concilio Vaticano II nel Novecento.

La pala venne conservata in chiesa fino al 1760, poi fu spostata o era già stata rimossa per far posto ad una nuova opera, con lo stesso tema, realizzata da Giambettino Cignaroli, pittore veronese. Probabilmente il gusto era notevolmente mutato in circa duecento anni e la pala nata dalle mani sapienti di Romanino e Gambara tra fine XVIII ed inizio XIX venne venduta, portata in Inghilterra e da quel momento se ne persero le tracce.
Il Cignaroli venne incaricato nel 1755 di realizzare una nuova più ampia opera per sostituire la precedente. A Lorenzo Palazzi e Giovanni Ogna, artefici dello splendido tabernacolo dell’altar maggiore fu contemporaneamente dato il compito di realizzare l’ancona, cioè la cornice architettonica della pala, che è in marmo di Serravezza. Nel 1758 si provvide a porla sul muro. La tela del Cignaroli è ad olio e centinata, cioè sormontata da un semicerchio.

Cignaroli fu un pittore apprezzato a Verona, sua città Natale, a Venezia e a Brescia. I nostri antichi cronisti, descrivendo questa sua tela, sono concordi nel darle un giudizio positivo. Il pittore, pur avendo contatti con l’estrosa arte del Tiepolo, mantiene una certa classicità, dovuta all’orientamento di Antonio Balestra, collega che ammirò molto. Cignaroli iniziò il suo apprendistato presso Santo Prunato, pittore di buon nome, che gli insegnò il disegno e il colorire. Nel frattempo tornò a Verona il Balestra, pieno di sapere e di gloria, dopo un viaggio a Roma. Prunato morì nel 1728 e Cignaroli iniziò a dipingere in proprio. Strinse amicizie con i migliori pittori, che in quel momento risiedevano a Verona: Lodovico d’Origny ed il Balestra. Del primo ammirava l’eleganza e la facilità del disegno; del secondo l’inarrivabile bellezza e pastosità delle tinte, la grazie dei volti e la maestria nel saper panneggiare gli abiti. Cignaroli amava in particolare la tecnica a olio, perché rende i chiari molto morbidi, adatti a rendere l’incarnato della pelle e gli scuri risultano profondi, tanto da far uscire fuori le figure dal quadro. Nelle sue opere ricercava un panneggiare morbido e la varietà delle azioni delle varie figure, che dovevano risultare naturali. Odiava le figure che non facessero nulla e che erano poste nel dipinto solo per occupare i vuoti. Infine, evitava le linee parallele nella costruzione dell’immagine.
Nel suo San Lorenzo di Brescia i colori sono belli e brillanti. La composizione obliqua crea movimento e vivacità, pur nel rispetto devoto di fronte al doloroso martirio del Santo, posto su una graticola, sotto la quale l’uomo di schiena soffia aria per alimentare il fuoco. Poiché venne arso vivo sopra una graticola, è considerato patrono di cuochi e pompieri.
Il colorito del Santo è vitreo, quasi di porcellana.

Lorenzo è al centro di una diagonale, che parte in alto a sinistra, dove un gruppo di tre uomini osserva la scena. Uno indica la statua di una divinità pagana per convincere il Santo ad abiurare in extremis la sua scomoda fede cristiana. Lorenzo, doloroso e sbilanciato nella sua posa instabile, è trattenuto da uno dei due uomini alle sue spalle e guarda in alto, dove degli angioletti calano dalle nuvole per portargli la corona del martirio. La diagonale termina in baso a destra con un gruppetto di altre tre persone: un bambino, una donna ed un anziano, straziati da quel che accade, anche se in realtà non stanno guardando Lorenzo. Accanto a loro sulla sinistra vi è un elegante brano di natura morta: un’anfora, un piatto a specchio e delle rose posate sulla gradinata alla cui sommità ritroviamo il martirio di San Lorenzo. Anche se dipingere piccole nature morte era “di maniera”, ossia una moda che gli artisti si copiavano, la rosa nell’antichità aveva una connotazione funeraria. I romani per esempio cospargevano di rose le tombe dei defunti. Poi, con il Cristianesimo diventa simbolo di Maria e di rose sono fatte le corone degli angeli e delle anime pie.
I quadri del Cignaroli piacciono anche a chi sa poco di pittura, per il sapore dei colori, la grazia delle mezzetinte, la varietà degli incarnati, la tridimensionalità e la delicatezza delle figure, per le panneggiature grandiose e per l’intonazione generale dell’opera che appare fresca e vivace.

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