Madonna del Tabarrino

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Nel 1956, mentre si stavano realizzando alcuni studi preliminari in occasione di un intervento di restauro al complesso della chiesa, venne alla luce nel grande ripostiglio sul fianco della Cappella del Sacramento, sotto uno scialbo, un grande ciclo d’affreschi riferiti alla vita della Vergine.

Particolare degno di rilievo fu il ritrovamento, tra gli altri, di un affresco raffigurante la Madonna che allatta il Bambino, che rivelava che la tela esposta all’altare del Callegari e nota alla devozione popolare come Madonna del tabarrino fosse una copia di quella appena scoperta. La copia è attribuita ad un pittore o ad una scuola di pregio, quale il Moretto.

A coronare lo studio si ritrovò anche la firma dell’artista dell’opera più antica: Paolo da Brescia, del quale non si conosceva praticamente nulla, ma che potrebbe essere identificabile con Paolo da Caylina il Vecchio. La data riportata con la firma pauli pictor(is) è del 1486.
Molteplici e stringenti appaiono i richiami tipologici, stilistici ed iconografici tra l’affresco e la tela conseguente con opere coeve dell’area lombardo/veronese: la postura della Vergine, l’elegante gioco delle mani a reggere il Bambino, lo sguardo che la Vergine scambia con chi l’osserva, insieme al trono. Oggi il trono manca sulla tela ripresa dall’affresco riscoperto, poiché coperto da un cielo stellato nel 1880, quando l’architetto Tagliaferri restaurò sempre con un cielo a stelle d’oro anche la Cappella del Sacramento posta di fronte, coprendo le quadrature del Sandrini. Si ritrova così la particolare scenografia in cui le due figure recitano la sacra scena, come in una rappresentazione postmedievale.
Rispetto all’affresco, il pittore della tela concentra nel volto della Vergine, più che in quello del Bambino, una straordinaria sensibilità umana: diversamente dall’affresco del 1486, la forma tende a risolversi in una specie di captante chiaroscuro che va a sostituire la statuaria fissità dell’originale. Il riferimento da meramente iconografico si evolve quindi in un’opera in cui l’artista è pienamente consapevole delle sue doti: non si limita ad eseguire una copia, ma la reinterpreta in una chiave di lettura più attuale.

Il cromatismo dai toni squillanti è articolato su contrasti di colori primari: il rosso del vestito della Vergine, il blu del manto, il bianco luminoso del velo e del vestito del Bambino e la fascia gialla alla vita di Gesù connettono la tela al linguaggio dell’area veronese, filtrato attraverso gli aspetti più classici dell’arte bresciana.
La pennellata risulta particolarmente sottile e rilisciata ed è tesa con una sicurezza ed una velocità notevoli.
Nel 1880 l’esteso intervento ha portato alla cancellazione del trono e all’adozione dell’espediente di racchiudere le due figure dietro un basso muretto, per creare l’illusione che la Vergine sia stata dipinta in posizione eretta e non seduta come in origine. È stato inoltre raccordato il manto della stessa al nuovo fondo stellato, ornandolo di un fitto ricamo dorato che richiama nel disegno le stelle che riempiono il nuovo cielo posteriore.

Il culto dell’immagine risale alla seconda metà del XVII secolo. Durante i periodi di siccità persistente con minaccia ai raccolti, la municipalità ricorreva con funzioni e processioni cittadine lungo il corso della Mercanzia, l’attuale corso Mameli, sino al Duomo, portando in processione la venerata immagine.
Era persuasione comune che la pioggia fosse sicura ed immediata, tanto che i devoti in processione portavano un piccolo tabarro in uso per ripararsi dalla pioggia, ossia una mantellina a cappa, cerata.
Del resto, un culto analogo era riservato ad un’altra immagine della Vergine, custodita nella chiesa del Carmine e detta “Madonna delle Brine”, invocata nei periodi più rigidi o in primavera, per scongiurare le brinate che avrebbero potuto rovinare i primi germogli.
Nel caso della Madonna del Carmine, affrescata dietro ad uno degli altari, la processione si svolgeva lungo la navata centrale della chiesa e si concludeva dinanzi all’immagine, che veniva coperta e tenuta al caldo con un panno pesante, come rituale propiziatorio nei confronti delle gelate.

Lo strepitoso ornamento in marmo che circonda l’affresco è opera della famiglia Callegari.

Posta di fronte a questa cappella potete ammirare il capolavoro del Rinascimento bresciano: la Cappella del Santissimo Sacramento, con tele di Moretto e Romanino ed una Deposizione di Zenale.

© 2017 Museo Diocesano di Brescia - Designed and developed by VIVA! Srl - Crediti