L’Apoteosi dei santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica

DESCRIZIONE

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La zona del presbiterio fu splendidamente decorata da Lattanzio Gambara nel 1558-1559, ma nel 1743 un incendio distrusse tutta l’area. L’anno successivo iniziò la ricostruzione ed i nuovi affreschi furono realizzati da Giandomenico Tiepolo, figlio del più famoso Gianbattista.

Il soggetto è l’Apoteosi dei Santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica. Sulla parete sinistra del presbiterio una grande tela sempre del Tiepolo mostra l’intervento dei Santi Patroni in difesa di Brescia assediata da Niccolò Piccinino. Dopo questo evento miracoloso del 1438 Faustino e Giovita divennero ufficialmente patroni della città.
Dopo l’incendio del 1743, che interessò la zona del coro della chiesa, i lavori di ricostruzione iniziarono già l’anno successivo. Per la nuova decorazione ad affresco fu chiamato Giandomenico Tiepolo, figlio del famoso Gian Battista Tiepolo. Giandomenico vi lavorò tra il 1754 ed il 1755, raffigurando l’Apoteosi dei Santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica, portati in cielo da una moltitudine di angeli.
L’ampia superficie di 12 per 9 metri è un capolavoro: gli studiosi sono concordi nel ritenere che nella fase di ideazione Giandomenico sia stato aiutato dal padre, mentre poi avrebbe dipinto personalmente l’intera scena.
I Santi condotti in cielo sono disposti lungo una diagonale obliqua che parte dal basso a destra per salire verso sinistra. Si vedono innanzitutto due soldati di cui uno regge un vessillo: sono i Santi Faustino e Giovita dedicatari della chiesa. Salendo con lo sguardo troviamo San Benedetto con il bastone pastorale, che contraddistingue vescovi e abati. Benedetto fu il fondatore del monachesimo occidentale, infatti il ricciolo del bastone è girato verso di lui e ciò indica che è a capo di una comunità chiusa quale è un monastero. Chiude la teoria dei santi Scolastica, sorella gemella di Benedetto, vestita da suora poichè fu la fondatrice del monachesimo femminile; la sua veste nera svolazza sulle nuvole dal tenue colore aranciato. Benedetto e Scolastica partecipano alla gloria di Faustino e Giovita perchè il monastero annesso alla chiesa apparteneva all’ordine benedettino.
Ogni santo è scortato in cielo da uno scenografico intrico di angeli, masse di nuvole accese da un’incandescente luce gialla coprono parte delle finte architetture dipinte e si muovono con un moto circolare e ascensionale, lasciando intravedere un profondissimo cielo azzurro, uno spiraglio di infinito.
Intorno alla scena centrale sono dipinti a monocromo i quattro Padri della Chiesa d’Occidente: Papa Gregorio Magno, Sant’Agostino e Sant’Ambrogio abbigliati da vescovi e San Girolamo. Quest’ultimo è addirittura nascosto da sbuffi delle nuvole che calano dall’alto e si riconosce per la presenza del leone.
Giandomenico inizia il suo apprendistato nella bottega del padre intorno ai tredici anni. Probabilmente non è dotato della sua stessa fantasia, ma è un eccellente esecutore dei modi tiepoleschi. La volta del coro di San Faustino non può che suscitare meraviglia per l’arditezza dei giochi prospettici, per la soavità dei colori che si accordano l’un l’altro e per il maestoso effetto complessivo.
La grande libertà compositiva ed il generale tono esuberante della scena dipinta sono il riflesso di una società che in questo frangente storico, alla metà del Settecento, è felice. Nel secolo successivo tutto cambia, poiché ci saranno le rivolte giacobine ed i successivi governi restauratori, la soppressione degli ordini religiosi ed il trauma della dispersione delle opere d’arte e delle suppellettili religiose, in parte musealizzate, in parte messe all’asta.

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