La Madonna col Bambino in gloria, san Giovanni evangelista, il beato Lorenzo Giustiniani e l’allegoria della Sapienza divina

DESCRIZIONE

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Questa tela risale alla committenza della Congregazione dei Canonici Regolari di San Pietro in Alga, che, giunti in Brescia da Venezia nel 1437, avevano dato inizio, nel 1453, ai lavori di ricostruzione della chiesa e del monastero di San Pietro in Oliveto abbandonati da tempo dagli Agostiniani. Fu collocata come pala al primo altare di destra, dedicato al culto del Beato Lorenzo Giustiniani, protopatriarca di Venezia e primo superiore generale della loro Congregazione. Al tempo dell’esecuzione del dipinto il Giustiniani, morto nel 1456, era stato soltanto dichiarato beato da Sisto IV (verrà canonizzato da papa Benedetto XIII nel 1727), ma godeva già di grande venerazione, e la sua figura aureolata (fedelmente desunta dalla vera effigie eseguita da Gentile Bellini che lo aveva ritratto ormai invecchiato, certamente di età ultrasettantenne, poco prima della morte) era stata ampiamente divulgata anche nei territori veneziani di terraferma proprio dai Canonici algensi.
Soppressi i Canonici di San Giorgio in Alga da papa Clemente IX nel 1668, l’anno successivo nel complesso conventuale di San Pietro in Oliveto entrarono i Carmelitani Scalzi, soppressi a loro volta dalla Repubblica Cisalpina con decreto del 22 giugno 1798; nel 1805 il complesso venne ceduto al Vescovo di Brescia per allogarvi il Seminario, rimasto senza sede per soppressione (con decreto della Repubblica Bresciana del 29 ottobre 1797) e successiva destinazione ad Ospedale militare dell’antico insediamento adiacente alla chiesa attuale di San Gaetano.
Con legge del 15 luglio 1866, il governo del neonato Stato italiano, passò fra i beni del demanio anche il complesso di San Pietro in Oliveto, e da quel periodo ebbe inizio la dispersione di molte opere d’arte, trasferite in altre sedi, come appunto questa del Moretto che venne dapprima collocata in una sala vicina alla sacrestia nel Duomo Vecchio e, successivamente posta nella cappella dell’Episcopio.
Una sintetica ed esatta indicazione dell’iconografia del dipinto è data già da Bernardino Faino (1630-1669), il quale indica nella giovane figura femminile la Sapienza divina. Viene successivamente approfondita da Francesco Paglia (1675-1714), sebbene soltanto a livello descrittivo, ove comunque vengono sottolineati i rimandi dei gesti e l’intrecciarsi del mistico discorso: “Ivi adunque stanno seduti con naturali effetti il beato Lorenzo Giustiniano Veneto, in atto di scrivere sopra un libro […] mentre rivolge il guardo alla Sapienza con cui pare veramente favelli. Essa non meno con dolce aspetto lo mira accennandoli con gratioso motto il cielo. Al qual effetto il S. Giovanni Evangelista che è a destra e sede con cartello in mano, sospende anch’esso la penna e rivolge le luci a quella gloria, ove scorgendo quella Augustissima Vergine del Paradiso, con il suo diletto Bambin Giesù, vezzoso e bello, resta fuori di sé, perciò non parla; se non co’ immobil sguardo fissa i lumi, quasi dolcemente rapiti da questa regia Maestà”.
Nella letteratura artistica dell’Ottocento e del Novecento, il problema iconografico non viene più preso in considerazione, e il dipinto, insieme a molti altri del Moretto, viene emarginato fra quelli di difficile decifrazione e, al contempo, viene riproposto anche il dubbio sulla piena autografia, avanzato già nel 1871 da J. A. Crowe e G. B. Cavalcaselle e anche recentemente da V. Guazzoni (1981), che la ritiene opera degli ultimi anni d’attività del Moretto, di argomento ambizioso e disorganica e di una qualità pittorica così discontinua da far ammettere un largo intervento degli allievi.
L’episodio raffigurato, sebbene ponga come protagonista la figura emaciata ed attempata del beato Lorenzo Giustiniani, è da collocare nel periodo della sua giovinezza, e fu il momento risolutivo delle sue scelte di vita.
Lo racconta lui stesso nel Fasciculus amoris (capitolo 16), in un dialogo aperto ad ideali interlocutori: “Anch’io – scrive il Giustiniani – ero uno di voi: cercavo con ansia e desiderio ardente la pace nelle cose esteriori e non la trovavo. Finalmente mi apparve una fanciulla bellissima, più splendida del sole, più soave del balsamo ed il cui nome io ignoravo. Ella venendomi vicino col suo bel volto, mi disse con un calmo parlare ‘O giovane, perché non riversi il tuo cuore nel mio e mi ami? Ciò che cerchi è in me, ciò che desideri te lo presento, te l’offro, a patto che tu mi voglia per sposa’. Il mio cuore al suo parlare si liquefece, il suo amore mi trafisse, desideravo conoscere il suo nome, la sua dignità.. Ella soggiunse che si chiamava ed era la Sapienza di Dio, quella stessa che nella pienezza dei tempi aveva preso forma per la riconciliazione dell’uomo […]. Io l’amai perciò come sposa , la tenni come la persona più cara e, per mezzo suo, gustai dappertutto il bene della pace, di cui prima andavo in cerca”. Il testo scritto con bella grafia sulla pagina di sinistra del libro posto sulle ginocchia del Giustiniani, propone in forma di collage alcuni versetti del capitolo settimo del libro della Sapienza che sintetizzano bene questo programma di vita perseguito poi fin dalla prima giovinezza (“Venne a me lo spirito della Sapienza, che senza frode imparai e senza invidia io dono. Non nascondo le sue ricchezze, e inestinguibile è il suo splendore”).
Il nucleo iconografico, impostato sulla visione mistica di Lorenzo Giustiniani sulla scorta della Sapienza divina, si espande negli altri elementi compositivi: il San Giovanni in figura di vecchio (che aveva tanto incuriosito Pietro Da Ponte nel suo celebre scritto sul Moretto del 1898) è da riferire al momento della composizione dell’Apocalisse, scritta nell’estrema vecchiaia e in stato di rapimento mistico; e pertanto il Santo si colloca qui nel dipinto come capostipite e patrono di quanti vissero l’esperienza mistica analoga a quella di Lorenzo Giustiniani. La Sapienza divina è allegorizzata anche dalla Madonna col Bambino collocata in alto, verso la quale indirizza l’attenzione del beato la fanciulla-sapienza collocata in basso: il trono di nubi su cui s’accampa la Madonna è sorretto dai rami intrecciati del fico e del corbezzolo che della stessa sapienza divina simboleggiano la dolcezza e l’aspro rigore.
Sulla datazione della tela non si riscontra omogeneità di vedute fra gli studiosi che collocano il dipinto su un arco addirittura dal 1520 al 1545, anche perché vi si rintracciano facilmente riprese da opere sicuramente precedenti, come la tela della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea di Bergamo che è del 1536/37 e la successiva Pala Rovelli, della Pinacoteca Tosio Martinengo, che è del 1539, ma con inserimenti, di brani straordinari quali quella pianta di fico che si protende davanti alle colonne frante e che spazia poi con le sue foglie ancora savoldo-lottesche nel controluce fra il bianco lievitato delle nubi; oppure quel tronco del corbezzolo su cui l’edera s’avvolge come morbida spirale d’ombra. Una cronologia più vicina all’inizio degli anni Cinquanta sembra invece suggerita dalla figura della fanciulla in veste di Sapienza divina, iperornata di preziosità e vezzi che saranno elementi fondamentali della poetica degli alunni del Moretto, come Luca Mombello e, in misura minore Agostino Galeazzi, e qui dispiegati dal pittore per esaltare, sulla scorta del testo del Giustiniani, lo splendore della Sapienza divina

Pier Virgilio Begni Redona

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