I diecimila martiri del monte Ararat

DESCRIZIONE

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Il culto dei martiri del monte Ararat è di origine orientale e giunse a Brescia da Venezia. Una leggenda medievale racconta che questi soldati romani si convertirono al Cristianesimo e per questo vennero condannati a morte dall’imperatore e crocifissi sul monte Ararat in Armenia.

Quest’opera non spicca per particolari qualità e viene letteralmente immerso nella bellissima e grande scassa che lo circonda per riceverne pregio, bellezza e splendore.

L’autore si è concentrato sul mostrare quanti più martiri fosse possibile piuttosto che riflettere sulla prospettiva e sulla scansione dei piani creando una scena caotica con corpi e croci che si intersecano, si sovrappongono e si intralciano. Il colore un pò spento fu ritoccato nella parte inferiore del quadro, presumibilmente Antonio Gandino, che rese più vistose alcune figure, insistendo anche sulle fisionomie per incattivirle. Una delle figure sulla destra è ripresa esattamente dalla Crocifissione di San Pietro, dipinta da Michelangelo nella cappella Paolina.
Un terzo pittore aggiunse in alto una fetta di Paradiso con molti Santi stipati d’ogni estrazione, che da lassù accolgono il ragguardevole numero di soldati condannati a morte.

Sempre in alto, proprio sotto la cornice, si sta svolgendo l’incoronazione della Vergine. Questa parte aggiunta è dipinta con una gamma cromatica più accesa rispetto al resto e per la sua esecuzione fu fatto il nome di Gerolamo Rossi.

L’autore della tela però non è stato ancora chiaramente riconosciuto: potrebbe essere Pietro Esseradts, italianizzato in Everardi, detto il Fiamminghino, figlio di Giovanni di Fiandra e stabilitosi a Brescia tra il 1647 ed il 1678 circa, ma la sua biografia non concorda cronologicamente con gli interventi successivi di Rossi e Gandino, quindi un’attribuzione definitiva non è stata ancora stabilita.
Il ritratto posto sul fondo, con tanto di stemma, appartiene al canonico lateranense Floriano Canali, che fu organista della basilica di San Giovanni tra il 1581 ed il 1614, come dimostrano anche le lettere “flo.ca” poste intorno allo stemma. Le scrostature presenti proprio nella zona del ritratto e dello stemma rivelano che anche questo fu aggiunto in un secondo momento.
LA SOASA DI GASPARE BIANCHI
La soasa di legno dorato che circonda e adorna la tela è la più bella e fastosa della chiesa, benché in San Giovanni siano presenti altre pregevolissime cornici lignee. L’autore di questa è Gaspare Bianchi, vissuto nel XVII secolo, di origine milanese,  giunse nel bresciano nel Quattrocento. Gaspare nei suoi lavori predilesse composizioni barocche con coppie di colonne, angeli e santi usati come cariatidi, cioè come sostegno delle parti alte.
Lavorò anche agli altari delle parrocchiali di Bagnolo, Bornato, Castelmella, Calino, Asola, nella chiesa della Carità e di San Gaetano dei Padri Filippini a Brescia e nella bassa bresciana. Fra le sue opere vi è anche l’altare della Madonna del Rosario nella parrocchiale di Rovato. Nel 1676 completava un’elegante cornice per il santuario della Madonna di Cortinica a Tavernola bergamasca e per la Chiesa parrocchiale di Colombaro vicino ad Iseo.
La cornice di questo altare è composta nella parte bassa da due dadi sovrapposti e decorati: quelli inferiori sono ornati di stemmi, mentre quelli superiori da angeli, croci, fiori e foglie. Da qui partono due rocchi di colonne per lato, sui quali poggiano, a figura intera, due guerrieri con aureola, forse i santi patroni Faustino e Giovita, descritti in maniera accurata e solida, dall’espressione energica e dalla posa enfatica. Accanto a loro si trovano due angeli. Sopra queste quattro ampie figure vi sono tre teste di cherubini per lato reggere la trabeazione, decorata con un fregio di fiori e putti. Alle due estremità si alzano due tronconi di timpano, arricciati in una vezzosa voluta verso il centro e sopra di essi altri due angeli indicano il cielo.

Sopra la trabeazione in posizione centrale e solenne si vede Dio Padre benedicente, seduto su testine di angeli, con in grembo il globo terrestre. Dietro di lui altri due angeli dipinti gli porgono la corona in un bellissimo esempio di dialogo ed unione tra scultura e pittura.
Questa cornice non è solo decorativa, è costruita con senso architettonico, nel rispetto dell’equilibrio del bell’ornato ed incline all’esuberanza propria dello stile barocco alla quale appartiene con onore.
STORIA DEL CULTO DEI DIECIMILA MARTIRI A BRESCIA
Il culto dei diecimila martiri viene direttamente da Venezia, più precisamente dal convento di Sant’Antonio di Castello, dove per altro era la pala del Carpaccio, dedicata alla loro apparizione con le loro croci, secondo quanto affermava la tradizione popolare.
Una volta soppressi la chiesa ed il convento, l’opera viene custodita dal 1838 nella galleria dell’Accademia di Venezia.
La chiesa ed il convento di Sant’Antonio di Castello appartenevano ai Canonici Lateranensi di San Salvatore, lo stesso ordine del complesso bresciano di San Giovanni.
Secondo quanto narra un documento nell’archivio parrocchiale di San Giovanni, nel 1511, durante una pestilenza, i martiri sarebbero miracolosamente apparsi sopra il complesso, arrestando il contagio. Ecco i due principali fattori che spiegano le origini del culto di questi martiri a Brescia.
È da osservare che la pala dell’altare bresciano ricorda vagamente la pala del Carpaccio, del quale in San Giovanni vi era un bel quadro, di proprietà della famiglia Averoldi, dipinto nel 1519. Nel 1869 questo dipinto, mentre veniva trasportato in Inghilterra, affondò nella Manica e ne rimane solo il disegno preparatorio nella galleria di Dresda.

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