Cappella del Santissimo Sacramento

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

La cappella viene realizzata nel 1598, spostando l’altare dedicato al Santissimo Sacramento dalla parete nord a quella sud, dove viene sfondato il muro ed occupato parte del cimitero allora esistente. La cappella fu poi rimaneggiata ad inizio Settecento e a fine Ottocento.

Sotto la cappella era stata aperta una profonda fossa comune, chiamata crypta magna, nella quale si discendeva per una porticina aperta sotto la piccola sagrestia della cappella. La cripta è stata ristrutturata negli anni 1850-1860 e ogni anno, il 2 novembre, il clero della parrocchia attraverso la piccola porta scendeva nella cripta e celebrava le esequie. La cripta è stata poi completamente distrutta nel 1932 nei lavori per la realizzazione di piazza della Vittoria. Le lapidi e i frammenti architettonici furono inizialmente raccolti nel piccolo cortile interno della canonica, per finire poi disperse.

All’esterno della cappella si ammirano due affreschi del tardo Cinquecento di scuola bresciana, attribuiti a Pietro Marone: l’Ultima Cena sulla destra, che risente degli influssi del Moretto nella classica impostazione delle figure intorno alla mensa. Esse presentano una certa “ruvidità” che ne diviene principale caratteristica, il soggetto è estremamente classico per una cappella del Santissimo Sacramento e la sua collocazione al di fuori dello spazio dell’altare ne anticipa il tema.
Così come lo anticipa l’altro affresco, del medesimo autore, con la Cena Pasquale degli Ebrei. Il tema è più desueto ed è tratto dal Libro dell’Esodo. Il brano in questione è oggi una delle letture della messa della notte di Pasqua, ma per il tempo in cui fu realizzato denota una sua originalità coraggiosa, specie per la vicinanza al “ghetto”, ancora non denominato così, ebraico. La cena rappresentata con fedeltà al testo sacro, mostra i commensali in piedi, le vesti cinte, i calzari ai piedi ed il bastone da viaggio pronto, a sottolineare la precarietà e la fretta con le quali il banchetto viene consumato.

All’interno spicca il notevole complesso barocco dell’altare. L’apparato decorativo è arricchito da due putti a figura intera che reggono i simboli eucaristici e dal paliotto ad intarsi marmorei di fiori e uccellini. Risale al 1710-1716 quando si decise di rifare parte dell’altare e l’incarico fu affidato a Domenico Corbarelli, proveniente dall’ambito fiorentino e specializzato nella lavorazione delle pietre dure. Il bel tabernacolo con lapislazzuli e piccoli elementi ornamentali in bronzo è un esempio convincente della capacità dell’artista nel manipolare la materia, le colonne di marmo incorniciano la pala d’altare ma sono anche la base per gli angioletti sul timpano curvilineo e spezzato, dove al centro, nel tripudio del cesto di frutta, appare l’immagine di Dio Padre. L’insieme è eccellentemente scolpito e levigato nella vibrante pietra di Carrara. L’enfasi dinamica sottopone le figure a torsioni eccessive, ma che nel complesso trasmettono una equilibrata vitalità.

Entro due nicchie vi sono due statue: la Fede di Domenico Corbarelli sulla sinistra e la Carità di Sante Calegari sulla destra. Le Fede con il calice in mano è uno stupendo esempio di levitazione e morbidezza. La Carità con il cuore in mano appare un po’ retorica nel gesto, più goffa e pesante. Entrambe le statue fondono molto bene la ricchezza plastica col tono caldo del marmo, offrendo alla luce una molteplicità di ingolfature profonde, di scivolamenti repentini, esprimendo contemporaneamente un senso di perfetto decoro.
La Pietà di Antonio Balestra è la pala dell’altare, ottimo esercizio pittorico del 1724, di gusto veneziano, ma improntata al classicismo romano, che piaceva alla classe colta della Brescia del tempo. La Madonna, al culmine della composizione piramidale, appare fredda nella sua posizione statuaria, ieratica ed impassibile davanti al figlio morto, colto in un profondo e drammatico scorcio ai piedi del sepolcro. Il dipinto è caratterizzato da una luminosità estesa e pacata, dalla bellezza del colore.
I due grandi ovali sono di Antonio Pellegrini e raffigurano Elia confortato dall’angelo, a destra, e Davide che riceve i pani da Achimelech, a sinistra. In Elia e l’angelo la scena non è narrata ma contemplata: il profeta nella sua ruvidezza contrasta piacevolmente con l’eleganza dell’angelo. Nell’altro ovale l’episodio biblico è narrato con una piacevolezza tiepolesca: la scelta di un’ambientazione all’aria aperta dei soggetti permette una luminosità intensa: le carni d’alabastro di Davide risplendono tra le quinte di controluce degli altri soggetti. La grafia è fluida e luminosa, con quell’aerea levità di tocco che già fanno presagire la delicatezza e la grazia di tanta pittura settecentesca.
I piccoli tondi con Ecce Homo, Gesù nell’orto e la Deposizione sono attribuiti sempre a Tortelli. Il pittore crea un mondo fantastico, intenso, che deve la sua suggestione al contrasto fra i toni caldi, rossicci, e quelli freddi, grigi e turchini della tessitura cromatica. Il quarto tondo con la Resurrezione è opera moderna di Oscar di Prata rimasta al solo stadio di bozzetto.

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