Arca di Sant’Apollonio

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

L’arca di Sant’Apollonio era originariamente in San Pietro de Dom e fu trasferita nel Duomo Nuovo il 3 giugno del 1674. È inquadrata da una finta prospettiva architettonica, che insieme a quella dell’altare di fronte costituisce parte della rara decorazione ad affresco della chiesa.

Il vescovo Apollonio fu probabilmente sepolto nella basilica che lui stesso fece costruire ai piedi dei Ronchi e che a lui fu intitolata. Nel 1025 le sue reliquie furono poi traslate dal vescovo Landolfo II nella cattedrale paleocristiana di San Pietro de Dom e riscoperte nel 1503. Il Collegio di Notai, che aveva in Sant’Apollonio il proprio patronato, fece predisporre a proprie spese una nuova arca in pietra bianca per accogliere il corpo santo, inaugurata solennemente nel 1510.
Dopo la demolizione di San Pietro de Dom il monumento fu trasferito in Santa Maria Rotonda e rimontato nella nuova cattedrale nel 1674. In quell’occasione nell’arca vennero poste anche le reliquie del vescovo San Filastrio le quali erano custodite nella cripta del Duomo Vecchio.

Il complesso monumento ha alla base un paliotto ottocentesco raffigurante l’Ultima Cena. Sopra vi è una lastra commemorativa a ricordo del suo riposizionamento a fine del XVII secolo. A questo punto vi è una striscia con festoni a encarpo, testine alate e nastri a pendaglio. Sulla cassa vi sono cinque formelle a rilievo che raffiguravano altrettanti episodi della vita di Sant’Apollonio.
Da sinistra osserviamo Sant’Apollonio che impone la veste talare ai santi Faustino e Giovita, la predica di Sant’Apollonio alla città di Brescia, la messa di Sant’Apollonio, Apollonio che amministra il battesimo ai santi Faustino e Giovita e la morte di Sant’Apollonio.

L’arca è sormontata da un’edicola con al centro la solenne figura di Apollonio in piedi e frontale, in abiti vescovili. L’edicola sorregge un fastigio con la Madonna con il Bambino a mezzo busto e due angioletti genuflessi. Due volute laterali fanno da sostegno alle statue di Faustino e Giovita, vestiti da soldati romani. Sotto Apollonio al centro una scritta in caratteri maiuscoli ricorda il Collegio dei Notai, che commissionò e pagò il monumento, considerato unanimemente un’opera di grande bellezza.
Non si conosce l’autore ma sono state avanzate diverse ipotesi: si è fatto riferimento allo stile tagliente di Giovanni Antonio Amadeo, scultore e architetto lombardo (1447 – 1522), al Tamagnino e a Maffeo Olivieri (1484 – 1543).

È quasi certo che si tratti di un artista locale, dotato di un ottimo bagaglio culturale, aggiornato, in grado di usare abilmente il linguaggio del chiaroscuro con inclinazioni pittoriche, tipico della tradizione bresciana. L’abile cultura plastica ricca di naturalezza lombarda si unisce alle intuizioni rinascimentali di Mantegna e Donatello. Gli sfondi architettonici mostrano conoscenza prospettica unita alla capacità di distribuire in maniera equilibrata i personaggi, panneggiati splendidamente e costruiti con un uso maturo del chiaroscuro.

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