Altare maggiore

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

La tela è comunemente attribuita ad Enea Salmeggia, detto il Talpino, nato in provincia di Bergamo tra il 1546 ed il 1558.

Salmeggia viene considerato il Raffaello bergamasco, ma non si hanno chiare notizie sulla sua formazione, che potrebbe essersi svolta a Milano nella bottega del pittore Peterzano.

L’opera del Salmeggia è piuttosto didascalica: le Sante sono disposte a semicerchio e guardano verso il gruppo di angioletti in alto, che sta per porgere loro le corone del martirio. Le Sante sono riconoscibili grazie agli oggetti che tengono in mano o si trovano accanto a loro, legati alla loro storia. Caterina venne martirizzata su una ruota dentata, Barbara fu imprigionata dal padre dentro una torre, Agnese venne sgozzata come un agnellino, a Lucia furono cavati gli occhi, Cecilia ha in mano un organetto, poichè si racconta che, mentre il suo carnefice la colpiva con la spada, ella in cuor suo cantava al Signore, infine Eufemia regge la palma del martirio.

Eufemia era la Martire dedicataria della chiesa prima che il culto di Sant’Afra venisse qui spostato dopo la seconda guerra mondiale. Era una Santa molto antica vissuta nel IV secolo a Calcedonia e considerata la patrona dell’ortodossia cristiana.

La secolare attribuzione della pala a questo pittore lascia comunque delle perplessità. Begni Redona, studioso di arte bresciana, ha avanzato un secondo nome per la paternità dell’opera, chiamando in causa il pittore piemontese Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo. Egli nacque nel 1568 e fu molto apprezzato nella sua terra come fosse il Raffaello piemontese.
La pala d’altare del Salmeggia è datata al 1618 e rappresenta una teoria di Sante: da sinistra, Caterina, Barbara, Agnese, Lucia, Cecilia ed Eufemia.

Essa sostituisce una precedente tavola di Moretto, oggi conservata nella pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. L’opera del Moretto è superiore come tecnica e bellezza ma venne rimossa e data alla Pinacoteca nel 1867, quando ormai il monastero annesso alla chiesa era stato chiuso e trasformato in caserma. La stessa chiesa perse indipendenza, divenendo sussidiaria della chiesa che attualmente è dedicata a Sant’Angela Merici. La Pinacoteca diede in cambio la tela del Salmeggia che divenne la nuova pala d’altar maggiore.

 

La tavola di Moretto, che fungeva da pala d’altare prima dello scambio avvenuto nel XIX secolo, era di tutt’altra intonazione. È datata tra il 1526 ed il 1530, periodo nel quale il pittore si avvia verso la sua maturità, trovando il modo di riassumere tutte le influenze della sua formazione e di armonizzarle con il suo personale stile. La pala è considerata la sua prima grande composizione. Rappresenta una Sacra Coversazione tra la Madonna e Santi. Maria non si trova su di un trono, cosa comune nelle Sacre Conversazioni, ma su morbide nuvole, come spessissimo vediamo nelle scene di Moretto. Sotto di lei i quattro Santi sono eleganti, luminosi, sereni, composti, emanano una classica e pacata bellezza. Benedetto era il fondatore dell’ordine benedettino al quale apparteneva il monatero annesso alla chiesa, dopo la partenza degli Umiliati. Ad Eufemia era dedicata la chiesa. Giustina rappresenta la congregazione padovana alla quale i monasteri benedettini bresciani vennero annessi nel XVI secolo. Infine, le reliquie di San Paterio sono ancora oggi conservate presso l’altare maggiore. L’iconografia di Sant’Eufemia, cioè il modo con cui Moretto scelse di rappresentarla, è insolita. Normalmente la Santa viene mostrata con un leone che le afferra una mano; invece, una Santa vestita con abiti sontuosi che tiene in mano un lama seghettata è il modo con cui gli artisti bresciani raffiguravano Sant’Afra.
Splendida è la cornice architettonica che racchiude la scena e la resa prospettica resa evidente dal pavimento a motivi geometrici. In secondo piano si apre un delizioso paesaggio ed il castello in lontananza ricorda il castello di Brescia con le sue torri circolari. Ai piedi del colle una costruzione raggiunta da un corso d’acqua potrebbe essere l’antica Sant’Eufemia della Fonte, da dove provenivano i monaci benedettini.

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