Altare e affresco della Madonna della Provvidenza

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

La cappella e l’altare ruotano intorno ad un affresco, che raffigura la Madonna in trono col Bambino.

Esso fu casualmente ritrovato il 20 luglio del 1755, mentre si demoliva un vecchio pilastro di sostegno della parete sud. È datato tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Venne staccato e collocato nella nuova grande cappella di sinistra, che assunse il nome di Cappella della Madonna della Provvidenza.
L’altare è l’unico a mostrare 14 splendide vedutine realizzate con preziosi marmi sagomati ed applicati attraverso la tecnica del commesso.

Il prevosto Giovan Pietro Dolfin, che ordinò la ristrutturazione della chiesa, era molto devoto alla divina provvidenza e considerò di buon auspicio l’inatteso ritrovamento dell’immagine mariana a cui dedicò un altare.
L’immagine sacra è incorniciata da marmi colorati, drappeggiati come fossero morbida stoffa e da un quadro sempre realizzato in marmo policromo, che viene sorretto da vivaci putti in volo, ornamenti in metallo dorato arricchiscono il tutto.
Il lavoro per questa bellissima cornice venne affidato ad Antonio Calegari nel 1757. Il Dolfin fu molto preciso: voleva un drappeggio marmoreo in pietra tenera di Rezzato e lapislazzulo, tre angioletti a figura intera e quattro testine di Cherubini in marmo di Carrara. L’opera venne pagata 340 scudi, assolutamente meritati. Antonio, il più dotato della famiglia Callegari, abilissimo nel trattare la pietra con morbidezza, simulò tessuti con stupefacente somiglianza al vero. Il volo e la torsione degli angeli possono sembrare eccessivi, ma contribuiscono a dare movimento all’insieme di questa opera chiaramente barocca.
L’altare invece riassume il meglio che l’arte della pietra seppe raggiungere nel Settecento. Esprime grandiosità ed armonia, capacità plastica e grande effetto realistico; furono qui usate le pietre più preziose a disposizione: topazio, lapislazzulo, alabastro e diaspro ed altri marmi rari, come nelle regge nobili,
Qui si sperimenta qualcosa di nuovo a Brescia: rispetto agli altari della prima metà del Settecento nei quali si componevano scene “a giardino” con fiori, girali, frutti, piccoli animali come uccellini e farfalle, nell’altare della Divina Provvidenza vengono inserite piccole architetture giocando con il colore dei marmi e sagomandoli a dovere: sono piccoli paesaggi a commesso. L’arte del commesso marmoreo è un raffinato intarsio che usa il marmo come un pittore utilizzerebbe i colori della sua tavolozza.

Le quattordici splendide “vedutine” furono affidate a Giovanni Mariani di Milano e Giuseppe Benasaglio di Brescia. Lo stesso prevosto Dolfin acquistò personalmente le pietre più belle. Il risultato è una rarità estremamente raffinata da scoprire guardando con attenzione il gradino sopra la mensa, dove trovano posto dieci dei piccoli paesaggi di marmo; gli altri sono collocati a lato del paliotto. Questi geniali artisti lavorano negli anni Sessanta del Settecento, concludendo la grande tradizione bresciana della tecnica del commesso. Dopo di loro nessuno oserà eguagliare gli altari di San Lorenzo voluti dal prevosto Dolfin.
Sacra Famiglia
La cappella custodisce la pala di Francesco Lorenzi, considerata il suo capolavoro e raffigurante la Madonna con Bambino in trono tra i Santi Giovanni Battista fanciullo, Gioacchino, Giuseppe, Anna e due angeli. In alto si vede il Padre Eterno in gloria, che veglia sulla Famiglia. La bella architettura di sfondo ricorda le fantasiose quinte ideate dal Veronese e serve al Lorenzi solo come decorazione, per arricchire di dettagli la scena e darle profondità.

Molto umana è la Madonna, che guarda amorevolmente San Giovanni ed accoglie i due bambini tra le sue braccia. È coperta di spesse vesti, costruite con l’uso del chiaroscuro e del colore, che degrada in sequenze della stessa tonalità. Il chiaroscuro cesella anche gli angeli a sinistra ed il San Gioacchino a destra. Gioacchino ed Anna sono i genitori di Maria,  non è molto diffuso vederli raffigurati nella Sacra Famiglia.

Tutti i volti dei personaggi sono belli e ben caratterizzati. Le loro pose sono studiate: per esempio le mani di Giuseppe ed Anna sono in linea con la mano sinistra di Gesù, protesa verso Giovanni, il quale tocca il piede del Bambino. Questa teoria di gesti che si congiungono unifica la scena e conduce l’occhio dello spettatore esattamente dove deve guardare.

I colori e lo schema piramidale del gruppo sono di derivazione tiepolesca. Infatti, il Lorenzi sarà per cinque anni allievo di Giovanbattista Tiepolo, ultimo grande interprete della pittura veneziana e secondo alcuni dell’intera tradizione pittorica italiana. Le figure molto solide sono invece classicheggianti e derivano da influssi veronesi legati ai modi di Antonio Balestra, che tornato da Roma, aveva importato il gusto per il monumentale, l’accademico ed il classico. In altre parole, a Verona, seppur così vicina a Venezia, andava di moda un pittura diversa da quella del Tiepolo. E Lorenzi è un po’ atipico: cresce a Verona, dove dilaga una cultura antiveneziana, quasi pre- neoclassica e vi importa il tiepolismo appreso durante il suo apprendistato. Fu poi abile nell’unire le due tendenze. In lui il cromatismo acceso e gli schemi del Tiepolo si fondono con un gusto più accademico e pacato. Lorenzi sarà spesso in competizione con Cignaroli, anche lui di Verona, e nella chiesa di San Lorenzo sono messe a confronto due loro opere, realizzate quasi negli stessi anni. Cignaroli svetta sull’altare maggiore e dialoga con il suo concittadino in un confronto artistico senza fine.

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