Altare dell’Incoronata

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Vi è una cappella nella quale vi è la pala del Moretto, cosa diligentissima. In alto Gesù Cristo ignudo seduto che porge la corona in capo alla Beata Vergine e in basso sta Michele Arcangelo con altri Santi e nell’ornamento alcuni quadrettini pure dello stesso Moretto.
(Bernardino Faino, Catalogo delle chiese di Brescia, 1669- 1673)

E’ il secondo altare a sinistra, procedendo dall’ingresso. Nella precedente chiesa cinquecentesca era detto di San Michele. L’attuale altare fu realizzato negli anni 1840-1843 dalle stesse mani che eressero i vicini altari dedicati a San Bartolomeo, San Rocco e San Giuseppe. L’impostazione è chiaramente neoclassica, il progetto probabilmente di Luigi Donegani (1793- 1855).
L’altare custodisce L’Incoronazione della Vergine con i Santi Francesco, Nicola di Bari, Michele e Giuseppe, opera di Alessandro Bonivicino, detto il Moretto. È un olio su tavola, in origine centinata, cioè era un rettangolo sormontato da un semicerchio, di 290 x 198 cm.

La speciale elezione spirituale di Maria venne espressa attraverso la metafora della regalità, e quindi della sua incoronazione, fin dal Medioevo. I primi esempi di questo tema compaiono nel XIII secolo sui rilievi scultorei delle cattedrali gotiche e poi in pittura. Si tratta di una delle ultime storie riportate dai vangeli apocrifi, che narrano la vita di Maria. Dopo la morte della Vergine e dopo la sua Assunzione, si racconta, Ella venne incoronata Regina del Cielo e posta alla destra del Figlio.
La grande pala era parte di un polittico, ossia di una struttura, che comprendeva cinque scomparti: in alto il Padre Eterno, olio su tavola di 64 x 92 cm, l’Angelo Gabriele annunciante e la Vergine Annunciata ai lati, olio su tavola di 27 cm di diametro entrambi, al centro l’Incoronazione e sotto come predella un ovato raffigurante l’Adorazione dei Pastori, olio su tavola di 34 x 56 cm.
L’Annunciazione e l’Adorazione sono oggi esposte presso il Museo Diocesano di Brescia, ricomposti entro una cornice moderna. La pala centrale ed il Padre Eterno sono conservati in loco.

Mireremo la divota composizione di quella tavola di San Michele Arcangelo, che con idea celeste, rapisce lo sguardo; stanno in atti contemplativi i Santi Giuseppe, Nicola e Francesco, così effigiati al vero; che se ben senza calore, nondimeno i colori li affermano per vivi, mentre nei loro volti si scorge l’affetto, lo spirito e la devozione. Mirate? Come sono astratti a conteplare quella Gloria, e a bearsi della vista di quella maestà di Cristo che porge la corona in testa alla madre sua Santissima (…) la quale vedo espressa con tanta grazia e con tanta umiltà e tenerezza che rapisce i sentimenti nel contemplarla. Mirate se si può far più vaga, ne più bella?
Per certo è meravigliosa, è stupenda (…)

(Francesco Paglia, Il Giardino della pittura)

La tavola è organizzata secondo un modello tipico di Moretto e facilmente riconoscibile: in alto i protagonisti divini della scena, in basso l’umanità. A dividere i due piani vi è una coltre di nuvole soffici e corpose. Questa divisone dei piani ricorda da vicino la pala Oddi di Raffaello (1502- 1503), che raffigura proprio l’Incoronazione della Vergine sopra le nuvole, le quali sostituiscono il più tradizionale trono in cielo degli esempi precendenti.

Dietro a questa impostazione chiara e semplice, la geometria di Moretto è molto più articolata e profonda. I Santi si organizzano secondo uno schema incrociato: l’angelo Michele in primo piano a sinistra è in piedi come il San Nicola in secondo piano a destra; san Giuseppe in secondo piano a sinistra è inginocchiato come San Francesco in primo piano a destra. San Michele guarda in basso, San Nicola in alto; San Giuseppe è chiuso su se stesso in un gesto pensoso, San Francesco è aperto in un gesto estatico. Grazie a questo chiasmo la composizione è vivacemente movimentata, ma non appare nè stucchevole, nè teatrale. I volti di tutti i Santi rispettano il canone morettesco della serena calma, persino Michele, che trafigge il demonio, lo fa senza sforzo, perchè in realtà ha già vinto ed il suo gesto serve solo a ribadire a noi spettatori che il Bene trionfa sul Male.
Nella parte alta della tavola, sopra le nuvole, Gesù incorona Maria. La colomba vola verso il fulcro dell’evento sacro e la Trinità è idealmente completata dallo scomparto superiore con il Dio Padre. I corpi di Gesù e Maria seguono due diagonali, che convergono, anzi, la testa di Gesù, la corona e la testa di Maria sono allineate. Con il semplice gioco delle linee- forza Moretto conduce l’occhio dello spettatore esattamente dove deve guardare.

Ogni elemento è posizionato in base ad una precisa griglia geometrica che l’artista utilizza per costruire la scena, così come vuole la tradizione pittorica rinascimentale che fa uso di regole matematiche e della prospettiva centrale per ideare e assemblare l’immagine. Giovanni Vezzoli, studioso bresciano, accennava già in passato al teorema di geometria, cioè allo schema “nascosto”, nelle opere del Moretto. Giuseppe Fusari in occasione della mostra intitolata Pittori intorno al Moretto del 2014 ha ripreso ad indagare questo interessante aspetto.
Seguendo lo schema proposto da Fusari nel catalogo della mostra, si può costruire la griglia “segreta”, che è applicabile anche alle altre pale d’altare di Moretto, presenti in chiesa.

Dividendo a metà l’immagine dall’alto al basso con una linea immaginaria, questa passa sul volto di Maria e si conclude tra le ginocchia di San Giuseppe e san Francesco. Tracciandone una da sinistra a destra sempre a metà, la linea interseca in volto dell’angelo; inoltre, proseguendo idealmente in alto, il bastone con il quale trafigge il maligno, la linea che si crea raggiunge il naso e l’occhio destro di Gesù. Se si traccia un cerchio dal centro del dipinto si vedrà che esso passa nuovamente sul volto della Vergine e racchiude in basso i quattro Santi. Un ulteriore cerchio in alto, il cui centro si origina nella metà esatta del quadrante superiore della tavola, inscrive perfettamente Gesù e Maria. Il cerchio gemello nel quadrante inferiore genera la torsione di San Michele e la fluida linea curva tra la testa ed il braccio sinistro di San Francesco.
Tutti questi elementi sono solo alcuni esempi della minuziosa preparazione compositiva dell’opera.

Sulla committenza del polittico si conosce poco. La famiglia Soncini, patrona della cappella cinquecentesca, potrebbe aver commissionato a Moretto il lavoro.
Camillo Boselli, nel suo approfondito studio sul Moretto del 1954, definisce questa tavola come il culmine dell’evoluzione del pittore in fatto di pale d’altare. 

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