Altare della Natività

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Grande tela con la Natività di Gesù, uno dei capolavori di Lattanzio Gambara sull’altare baroccheggiante attribuito a Santo Callegari il Vecchio.
Sotto l’altare si trova l’urna marmorea di Sant’Antigio, vescovo morto prima del IX secolo e abate di questo monastero per diversi anni.

L’altare è chiamato della Natività perché ospita la pala con la Natività di Gesù, dipinta da Lattanzio Gambara dopo la metà del XVI secolo.
Il bell’altare del Settecento che la contiene si inserisce nella decorazione ad affresco del secolo precedente. Sotto la mensa vi è un’urna marmorea protetta da un’inferriata che custodisce le reliquie di Sant’Antigio, vescovo vissuto prima del IX secolo. La struttura dell’altare è molto ricca ed articolata. Su plinti di marmo lavorati a commesso si alzano coppie di colonne di breccia. Il complesso timpano a capanna multicolore reca al centro uno scudo in marmo bianco riccamente lavorato a motivi vegetali e testine d’angelo con al centro la colomba dello Spirito Santo, che irrompe tra raggi di colore giallo. Intorno al timpano vi sono tre angeli dalle forme salde e floride, due sono inginocchiati ed uno è seduto. Due vasi dello stesso marmo delle colonne da cui spuntano foglie di palma dorate concludono la scenografica decorazione d’insieme.
Si ritiene che l’autore di questo capolavoro sia Santo (o Sante) Callegari il Vecchio (1662- 1717), capostipite della famosa famiglia di scultori attivi tra XVII e XIX secolo. Santo probabilmente imparò a Roma i modi del classicheggiante Alessandro Lagardi e fu poi allievo di Antonio Raggi, a sua volta discepolo del barocco Bernini. Seppe quindi coniugare queste due tendenze in opere raffinatamente ricercate.
L’altare come ricordato accoglie la bella tela a olio del Gambara (1530- 1574). Si tratta di un’opera ampia, 2,60 x 1,50 metri. Da alcuni è considerata il suo capolavoro, da altri un esito mediocre del manierismo padano.
Al centro del dipinto Maria guarda amorevolmente il Bambino, descritto con un ardito scorcio. Intorno a loro si dispongono i vari personaggi. Da sinistra osserviamo il San Giovannino, una fanciulla bionda che srotola delle fasce, San Giuseppe che osserva un pò in disparte e vari pastori. In secondo piano si apre un’amena veduta con fortificazioni ed un gregge al pascolo. Chiudono la scena come quinte teatrali un’infilata di colonne corinzie a sinistra ed un rustico edificio diroccato a destra. In alto graziosi angeli volano nella luce dorata della gloria dei cieli.
La presenza delle rovine al posto della mangiatoia nelle Natività si diffonde in pittura dal XV secolo a simboleggiare la fine del mondo pagano dovuta alla venuta del Redentore.
Lo stile del Gambara è influenzato da Raffaello e da Giulio Romano, quindi il nostro pittore unisce una vena classica alle arditezze manieriste. Così mentre la fantesca a sinistra ricorda i modi raffaelleschi, il pastore di spalle a destra rimanda a quelli di Giulio Romano. Tutta la composizione è giocata su un delicato equilibrio di gesti, posizioni e colori che sembrano dirompere dal centro dove si trova il Bambino, ma che la bravura del Gambara contiene e addomestica in una scena dal sapore dolce. Altre suggestioni emiliane e cremonesi arricchiscono lo stile del pittore unite alla tradizione di rustica quotidianità tipica bresciana.

 

Se alzi lo sguardo, vedrai cieli e Santi sopra la tua testa. La navata ed il coro mostrano affreschi spettacolari.

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