Affreschi del presbiterio di Sant’Agata

DESCRIZIONE

DESCRIZIONE

Nel 1458 venne approvato il progetto di ampliare il presbiterio al di là del Garza, costruendo un ponte a cavallo del fiume. Si diede quindi inizio alla costruzione del presbiterio come lo vediamo oggi: di forma quadrangolare, a terminazione piana e sopraelevato rispetto al piano della navata.

Nel 1475 la potente famiglia Avogadro, che per secoli avrà la tomba al centro del presbiterio, davanti all’altar maggiore, commissiona a spese proprie la decorazione della volta e della parete terminale del presbiterio.
Il tema della parete di fondo è una grandiosa Crocifissione e la contemporanea l’esaltazione del corpo di Cristo offerto in sacrificio per la salvezza dell’umanità e del suo sangue, raccolto dagli angeli piangenti nei loro calici. Nel 1462 era sorta una diatriba proprio sul tema del sangue di Gesù: il frate Giacomo della Marca predicava il culto del prezioso sangue salvifico, mentre il domenicano Giacomo da Brescia vi si opponeva con forza.

L’affresco è stato datato al 1475, ma il suo autore è ignoto. Si ipotizza sia un pittore lombardo, capace di eseguire un buon disegno, con potenza nel modellato e grandiosità nell’impostazione generale. Il Cristo è composto, possente, sopporta il dolore come un re. Solo le dita contratte dei suoi piedi tradiscono lo spasmo della sofferenza. Gli angeli sono invece tristi e piangono, torcendosi le mani.
Ai piedi della croce vi era la Madonna, San Giovanni e forse la Maddalena, ma questa parte venne coperta con la messa in opera della pala d’altare.
Completano la composizione la Vergine, che adora il Bambino tra due Sante sulla sinistra ed i Santi Giacomo Apostolo e Antonio Abate a destra.

Anche la volta del presbiterio fu affrescata nel Quattrocento ma questi dipinti furono pesantemente danneggiati dai rimaneggiamenti di fine Cinquecento, quando fu chiesto a Pietro Marone, un discreto pittore allievo del Veronese, di ridecorare l’area del presbiterio. Non sappiamo se i vecchi affreschi fossero finiti sotto uno strato di calce in seguito a qualche pestilenza o semplicemente non piacessero più.

Pietro Marone fu incaricato di dare un nuovo aspetto alla zona presbiteriale. Spezzò, quindi, i rigidi costoloni della volta a crociera, tipici dell’impianto gotico della chiesa, per farci una volta a vela, più spaziosa, in vista degli affreschi che si apprestava a dipingere. Realizzò dodici grandi figure di angeli, profeti e sibille entro medaglioni sagomati. Sulla parete di fondo murò le due alte monofore, cioè le finestre che si vedono oggi ai lati della pala d’altare, e dipinse sopra il Cristo che oggi ammiriamo un altro Cristo in croce, in uno spazio vuoto, sotto un cielo grigio di nubi e ai piedi della croce stavano impotenti Maria, San Giovanni, la Maddalena ed il donatore, cioè colui che pagò la nuova decorazione.
Le pareti laterali del presbiterio forse non erano affrescate, poiché erano poco visibili dai fedeli, tuttavia successivamente furono oggetto di grandi lavori.

Fino alla metà del Seicento la chiesa probabilmente appariva bella, ma sobria, ancora goticheggiante nell’architettura e poco adatta al gusto del tempo. Il prevosto Polini ordinò la bellissima decorazione a fresco della navata e di fronte ai nuovi colori delle pitture di Ghitti e Sorisene, il presbiterio doveva sembrare ormai sbiadito. Quindi nel 1683, don Aurelio Polini chiamò Pietro Avogadro, allievo del Ghitti, per una nuova, ricca e fastosa decorazione. Per la terza volta si metteva mano alle parete e alla copertura del presbiterio.

L’Avogadro rinfrescò i colori del Marone e decise di incorniciare i medaglioni della volta con stucchi, opera del Ferraboschi. Furono murate le quattro alte finestre laterali, aprendo i due ampi lunettoni, che si vedono ancora oggi. Dove erano le quattro finestre si crearono quattro nicchie per le statue degli Evangelisti a grandezza naturale, in legno dipinto di bianco per simulare il marmo, opera di Sante Callegari il Vecchio e dei suoi figli. Alternati alle statue furono sistemati i tondi in stucco con opere di Giuseppe Tortelli, raffiguranti il mistero pasquale, cioè i momenti della vita, morte e resurrezione di Cristo.

Nel 1963, mentre procedevano i restauri dell’affresco di Pietro Marone, cadde un pezzo d’intonaco, mostrando sotto di esso una testina d’angelo. Altre prove, chiamate sondaggi, rivelarono effettivamente la presenza di un consistente dipinto conservato sotto quello allora visibile e cautamente si procedette alla rimozione dell’affresco del Marone per liberare dopo tanti secoli il Cristo crocifisso di mano ignota e gli angioletti intorno a lui. La critica da subito e unanimemente ritenne di qualità superiore gli affreschi ritrovati rispetto a quelli posteriori. Nel 1973 si riaprirono anche le monofore occultate dal Marone, ridando alla parete di fondo il suo elegante aspetto quattrocentesco.

Per quanto riguarda la volta si preferì non procede alla rimozione delle decorazioni più moderne, perché si ritenne che il Marone, mutando la volta da costolonata a vela, sicuramente ruppe in maniera troppo estesa i precedenti affreschi, che si immaginano coevi al bel Cristo in croce.

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